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la ribolla gialla

Un vino della tradizione che rinasce a nuova vita. Conosci la ribolla gialla?

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L’anima antica della ribolla gialla

 

“È il vino che ha assistito e partecipato alla storia del popolo friulano degli ultimi settecento anni. E lo ha fatto spesso da prim’attore”

 

Walter Filiputti, 1997

Le fonti storiche sono concordi: la ribolla era un vino. Un vino friulano. I primi documenti che attestano l’esistenza della ribolla risalgono agli inizi del Duecento. Il vino ribolium – ancora non si parla di vitigno – è una bevanda diffusa e di qualità, donata dalle città agli uomini potenti, in segno di devozione. La prima attestazione si trova negli Statuti di Treviso, dove la ribolla è descritta come un vino “navigato” (cioè straniero, non prodotto in loco). Più precisi sono i documenti friulani della stessa epoca, che identificano il territorio di produzione nell’area dei colli – gli attuali Collio, Colli Orientali del Friuli e Brda slovena. La documentazione in Friuli è copiosa, segno che le radici di questo vino affondano proprio qui. Nell’età moderna la ribolla si diffonde anche oltre confine: i documenti commerciali dell’epoca testimoniano la vendita in Austria di Reinfal, un vino bianco probabilmente ottenuto da ribolla, anche se diverso da quello che conosciamo oggi. La ribolla è una delle eccellenze enoiche friulane, come ricorda nel Settecento lo studioso Antonio Zanon: “Quanto si glorierebbe l’Inghilterra, se avesse le nostre vigne, i nostri refoschi, i nostri Picoliti, i nostri Cividini, le nostre Ribuole? Vini sono questi, che possono competere co’ più famosi di Francia”. Nell’Ottocento la ribolla è ben presente nell’immaginario collettivo, così come nei versi dei poeti. Di questi anni sono anche le prime attestazioni dell’omonimo vitigno. Nel suo catalogo del 1823, il conte Pietro di Maniago ne cita due varietà, la ribolla gialla e la ribolla verde. Ma i giorni gloriosi della ribolla stanno per finire: nel Novecento la ribolla entra in crisi, cedendo il passo ad altri vitigni che in quegli anni conoscono maggiore fortuna, pur sopravvivendo come vino bianco per eccellenza sulle tavole dei friulani e negli uvaggi.

La seconda vita
della ribolla gialla

Anche se la ribolla gialla divide gli esperti, c’è chi ne difende la qualità anche negli anni più bui, come l’agronomo ed enologo Gaetano Perusini: “Dalla ribolla gialla si può ottenere un vino di pregio e lungamente serbevole. Pochi giorni fa ho aperto due bottiglie di vino, fatto esclusivamente con questa varietà; dopo più di venti anni conservavano ancora un vellutato e fresco aroma di viola” – scrive nel 1972, proprio mentre tanti produttori stanno passando ad altre varietà.

 

Alla fine degli anni Settanta risalgono i primi esperimenti di spumantizzazione. L’azienda Piave Isonzo lancia il primo spumante friulano, un uvaggio di ribolla e malvasia trattato con il metodo Charmat-Martinotti. Ma è Manlio Collavini il padre della ribolla gialla spumantizzata, l’inventore di un vero e proprio metodo che non a caso prende il suo nome.

 

Sono gli anni della riscoperta dei vini autoctoni, del premio Nonino Risit d’Aur assegnato alla ricerca di Angelo Costacurta sulla ribolla gialla, dell’importante endorsement di Luigi Veronelli dalle colonne di Epoca. Anni in cui si comincia a seminare qualcosa che porterà fino a oggi, ai premi, al riconoscimento della DOC nei disciplinari del Collio e dei Colli Orientali del Friuli, al successo commerciale degli ultimi tempi. Fino a qui, alla filiera della ribolla gialla.

la ribolla gialla
Ribolla Gialla - Image

Vuoi approfondire la storia della ribolla gialla?
Questi sono gli studi più importanti.

Angelo Costacurta,
Ribolla, «Agricoltura delle Venezie»,
8, 1978.

 

Enos Costantini,
Ribolla story. Vini e vitigni che hanno sfidato i secoli,
Forum, 2017.

 

Claudio Fabbro,
La “ribolla gialla”, vitigno di frontiera,
2002.

 

Walter Filiputti,
Terre, vigne e vini del Friuli Venezia Giulia,
1983.

Intervista a Walter Filiputti

 

«La ribolla negli ultimi quarant’anni – diciamo dal rinascimento del vino italiano che facciamo risalire al 1970 del secolo scorso – si è proposta come un vino snello, come lo chiamo io, un vino serbevole, un vino piacevole».

WALTER FILIPUTTI

 

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D. Come definirebbe la ribolla gialla?
R. Il vino più moderno perché il più antico: quest’anno ha 788 anni di storia.

 

D. Se dovesse definirla in tre parole quali userebbe?
R. Moderno, attuale, giovane.

 

D. Ci racconta la storia della ribolla gialla?
R. 788 anni di storia sono lunghi da raccontare. È un vino che ha sempre saputo stare ai tempi e con i tempi, nel senso che è stato vinificato, declinato proposto in varie maniere, in vari stili ed è rimasto sempre attuale. Bisogna aggiungere una cosa: fino alla fine dell’Ottocento, prima che arrivasse l’ampelografia ufficiale, il nome del vino non corrispondeva al nome del vitigno, la ribolla gialla era una tipologia di vino che prendeva il nome dall’uva più importante, che andava assieme a tante altre, come capitava ai refoschi o alle malvasie. La ribolla è stata selezionata alla fine dell’Ottocento ed è diventata la ribolla gialla vitigno.

 

D. Com’è cambiato l’approccio a questo vino nel corso degli anni?
R. Negli anni l’approccio cambia continuamente perché i gusti del consumatore si modificano, come si modifica l’arte, la maniera di scrivere o di dipingere le case: tutti questi aspetti che l’uomo crea attorno a sé si modificano. La ribolla negli ultimi quarant’anni – diciamo dal rinascimento del vino italiano che facciamo risalire al 1970 del secolo scorso – si è proposta come un vino snello, come lo chiamo io, un vino serbevole, un vino piacevole. Poi c’è stato, e c’è tuttora, lo stile legato alla macerazione. Ma la grande novità, dovuta al genio di Manlio Collavini, è stata capire che è una base spumante eccellente, che può dare vini spumanti longevi, vinificati con metodo lungo o metodo champenoise – che sono una grande sorpresa, ovviamente molto positiva.

 

D. Cosa immagina per il futuro?
R. Il futuro della ribolla gialla dipende da come i nostri viticoltori la vogliono interpretare. A mio parere deve rimanere nella sua area di origine, che è quella delle colline della ponca, il Collio, i Colli orientali e il Brda sloveno. La ribolla ha una memoria, quando la sposti e la maltratti si vendica e produce uve non adatte. Quindi la ribolla gialla dovrebbe restare confinata al suo antico habitat.

 

D. Cosa pensa del progetto di filiera?
R. Penso che sarebbe ora che tutti gli attori si mettessero insieme per portare avanti un progetto: è una necessità oltre che un dovere, perché la ribolla gialla è l’ultima varietà autoctona che ci può creare territorio. Però bisogna farlo in maniera organica, e soprattutto non dimenticando che bisogna puntare all’altissima qualità, a un posizionamento di mercato di alto valore aggiunto affinché i nostri produttori possano guadagnare e investire. La lotta del prezzo è una lotta fratricida e va evitata.

Intervista a Claudio Fabbro

 

«Ribolla gialla è un nome bellissimo, come il nome di alcune firme della moda. Un nome che attrae e incuriosisce per un vino che non lascia delusi».

 

CLAUDIO FABBRO

 

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D. Come definirebbe la ribolla gialla?
R. Il nome ribolla io ce l’ho dentro, l’ho visto rimodellarsi nel tempo. Era la varietà che accontentava tutto il mondo contadino, è un bellissimo grappolo che nel mese di ottobre diventa giallo dorato. Una volta si vendemmiava alla fine di ottobre, e da bambino ricordo che per me la ribolla era un vino torbido, mezzo vino e mezzo mosto, mezzo secco e mezzo dolce, da abbinare alle castagne per i Santi per i Morti. Le cose oggi sono radicalmente cambiate.

 

D. Se dovesse definirla in tre parole quali userebbe?
R. Discreta, neutrale, bevibile. È un vino discreto perché non ha degli aromi e dei profumi molto marcati. Direi che addirittura evita di essere invasivo. Brilla per la sua neutralità, cioè non è facilmente riconoscibile, però la riconoscibilità della ribolla viene compensata dalla sua bevibilità.

 

D. Ci racconta la storia della ribolla gialla?
R. È una storia che parte da molto lontano. I documenti più antichi, che risalgono al 1170 e al 1299, erano degli atti di compravendita. Di ribolla in senso stretto cominciamo a parlarne però negli anni Settanta. L’allora direttore della cantina di Castel Dobra, Zvonimir Simcic, diceva che il 70% del vino che lui vendeva derivava da uve di ribolla: inizialmente era un vino fermo, poi pensò a declinarlo anche nella versione bollicine. È una cosa molto interessante perché in tempi attuali vediamo che c’è un ritorno a quel pensiero, che invece soltanto un personaggio aveva colto nel nostro Friuli Venezia Giulia ed era Manlio Collavini di Corno di Rosazzo.

 

D. Com’è cambiato l’approccio a questo vino nel corso degli anni?
R. Quando venne istituito il Consorzio Vini Collio (nel 1964) e fu emanato il disciplinare (il 24 maggio 1968), la ribolla era dominante e il vino più venduto era il Collio bianco. Cos’era il Collio bianco? Era fatto per il 50% di ribolla gialla e per l’altro 50% di malvasia istriana e tocai friulano. Il tocai friulano aveva una nota di mandorla, non aveva molta acidità, era un po’ più rotondo, mentre la malvasia istriana aveva una nota di pepe e di sale marino: la ribolla, nella sua neutralità, veniva a soccorrerli entrambi, e ne usciva un uvaggio che è il medesimo che stiamo degustando in questi giorni nel Collio, nei Colli orientali e talvolta anche nella Brda, un vino di grande di grande piacevolezza. Oggi la ribolla gialla è in mezzo al guado. Ha un nome bellissimo, come il nome di alcune firme della moda: è un nome che attrae chi lo vede sullo scaffale, che incuriosisce, e che non lascia delusi.

 

D. Cosa immagina per il futuro?
R. In un Friuli Venezia Giulia tutto altamente vocato, abbiamo delle ribolle gialle completamente diverse. Se io mi metto a fare bollicine qui (N.d.R. nel Collio), dove mi viene una ribolla con 13 gradi naturali è chiaro che non dedicherò quelle uve e relativi mosti per fare le bollicine, devo andare in una zona dove c’è un’altra tecnica di campagna e anche di cantina per fare delle belle bollicine.

 

D. Cosa pensa del progetto di filiera?
R. Il progetto di filiera lo conosco per sentito dire, per la serietà di chi lo conduce, è un idea molto saggia, quella di fotografare le diverse realtà del territorio – non per dire primo, secondo terzo, ma per fare una fotografia precisa di un territorio. –